Elenco dei termini

a

amasiamentum (s. n.) — - diritto di riunire più terre a formare un manso

Forme flesse: amasiamento sost. abl. sing. [ablative, singular] amasiamenta sost. nom. pl. [nominative, plural]

Etimologia

Il termine deriva da masia (DU CANGE) di cui si danno più interpretazioni: casa colonica con fattoria agricola; una certa quantità di terra; la raccolta di possedimenti e proprietà; con il prefisso a- è all'origine del nostro ammassare, ammassamento.

Descrizione

Nel contesto il termine - usato quasi sempre in abbinamento con dismasiamentum - si riferisce al diritto feudale di riunire più terre a formare un manso (APROSIO 2003). In particolare l'amasiamentum era la potestà di stabilire il rapporto giuridico tra la terra e i coltivatori in quel modo di essere che costituice l'entità colturale del manso (TIRELLI 1991)

Occorrenze nei documenti

Doc. 3. « Mansus de Plaça Suprana: denarios VI segatura et ambaxiatam per totum episcopatum Lunensem et castellaniam, placitum, dismasiamentum et amasiamentum. »

Doc. 118-CI. « Placita vero et districta, offensiones et amasiamenta omnia retinemus in nos et nostros successores, sicut fecerunt predecessores nostri. »

Come si cita

Voce "amasiamentum", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

APROSIO 2003, vol. 1, p. 75

BATTISTI ALESSIO 1975 dismasare

TIRELLI 1991, p. 97, nota 124

apodissa (s. f.) — - Ricevuta, quietanza.

Termine attuale: apodissa

Forme flesse: apodissam sost. acc. sing. [accusative, singular]

Etimologia

Voce dotta, dal latino apodixis, apodissi, derivato di apodo, qui nell’accezione di piede.

Descrizione

Il termine si riferisce ad atto autografo, scrittura a mano, ricevuta di pagamento o quietanza, che il creditore rilascia al debitore apponendo la sua firma in calce, nominata apodissa perché fatta a piè di pagina (derivazione di apodo, 'piede'). La parola è andata poi a significare la ricevuta stessa. Altri significati: 'dimostrazione', 'prova irrefragabile'. Nel diritto romano l’apodixa è l’acceptilatio, l’atto estintivo di una obbligazione contracta verbis. È composto da una domanda e dalla rispettiva risposta attraverso cui il debitore chiedeva al creditore se avesse ricevuto ciò che aveva promesso.

Occorrenze nei documenti

doc. 87-LX « Teneatur camerarius quilibet statim, post receptionem ab eo factam aliquorum pignorum sibi datorum pro communi, scribere vel scribi facere et eis apodissam imponere in hunc modum: »

doc. 261-CCLXXXXVIIII « et quodlibet terrenum sive domus acquirat secundum quod per apodissam sibi evenerit vel sibi assignatum fuerit, »

Come si cita

Voce "apodissa", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTAGLIA 1961, apodissi

BATTISTI ALESSIO 1975, vol. 1, p. 214, apodissi

DUCANGE, apodissa

PUGLIESE SITZIA VACCA 1898, acceptilatio

TLIO , apodissa

aspa (s. f.) — - Strumento per la fabbricazione delle candele.

Termine attuale: aspo

Forme flesse: aspa sost. abl. sing. [ablative, singular]

Etimologia

Dal gotico *haspa, 'argano per avvolgere il filato'.

Descrizione

L’aspa è uno strumento a tamburo con movimento a moto orizzontale che si usava nelle cererie per avvolgere in matasse il filato di cotone, cosparso di cera calda, allo scopo di ricavarne stoppini per le candele. Il diametro dello stoppino doveva essere proporzionato al diametro del foro praticato nella candela e a quello della candela stessa. La sua lunghezza però non doveva corrispondere al manufatto, ma essere più corto di almeno cinque centimetri per evitare che la cera colasse nel piatto del candelabro sporcandolo. Grazie alle informazioni forniteci dal Sig. Fabio Cicogna, proprietario dell’omonima industria cereria, sappiamo che veniva usato anche un altro attrezzo nominato ‘aspa’, a moto verticale, costituito da alcune lame incrociate su cui venivano fissate le candele ad asciugare. Nel documento del codice, si chiarisce che le persone che fabbricano o vendono candele con stoppini più corti della giusta misura e avvolti di poca cera, verranno puniti e sanzionati.

Occorrenze nei documenti

doc. 87-LX « Item statuimus atque ordinamus quod omnes persone, facientes vel vendentes candelas de aspa, faciant eas tales que habeant ceram in maiori quantitate quam sit stuppinum ad iustam mensuram. »

Come si cita

Voce "aspa", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

ALBERTI 1992, p. 473, voce tedesca garnwinde)

APROSIO 2003, p. 108, aspa

BATTISTI ALESSIO 1975, vol. 1, p. 326, aspa

MEYER-LUBKE 2009 4069, haspa, p. 342

PETROCCHI 1912, p. 152, aspo

b

barbina (s. f.) — - Parte grassa del maiale che sta sotto la gola.

Termine attuale: barbina, guanciale

Forme flesse: barbinam sost. acc. sing. [accusative, singular]

Etimologia

Ha alla base la parola barba a cui è attaccato il suffisso femminile -ina di –inus, qui con valore alterativo.

Descrizione

Il lessema barba ha molte varianti dai significati più diversi. La barbina nel documento del Codice Pelavicino è voce dialettale d’area ligure e toscana col senso di parte grassa del maiale che sta sotto la gola (APROSIO), ovvero quella parte adiposa nominata anche guanciale. Tale vocabolo si può confrontare con il termine d’origine dotta ‘bàrbole dal latino barbulae significante enfiagioni glandolari sotto la lingua del cavallo (BATTISTI ALESSIO).

Occorrenze nei documenti

Doc. 120-CIII. « coci debent habere capita omnia, exceptis capitibus porcorum, et collaria, coratas muntonorum, agnorum et capretorum et porcellorum, si assati fuerint, et sumatam porci, preter barbinam et collare et coratam cum tribus nodis; »

Come si cita

Voce "barbina", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

APROSIO 2003, vol. 1, p. 134.

BATTISTI ALESSIO 1975, bàrbole, p. 435

betefredus (s. m.) — - Struttura militare a carattere difensivo.

Termine attuale: battifredo

Forme flesse: betefredum sost. acc. sing. [accusative, singular]

Etimologia

Oggetto relativo all'architettura militare. Non è completamente chiara la sua forma, né la sua etimologia. Il BATTAGLIA lo fa derivare dall’unione dei termini tedeschi bergen, 'difendere', e friede, 'pace', 'tranquillità', 'sicurezza'.

Il CORI, dall’alto tedesco moderno belfried, medio alto tedesco bervrit o berevrit (ant. franco bergfrid), composto di berc o berg, 'torre' (da bergen, 'coprire', 'riparare', prop. 'riparo'), e dalla radice vrit o fred col senso di 'conservare' da cui il tedesco fried 'pace', 'tranquillità', 'salvaguardia', 'difesa' a voler significare 'torre di difesa'.

Il termine sarebbe passato poi nel latino volgare come berfredus / belfredus, da cui il volgare battifredus. Tuttavia si potrebbe anche pensare che il volgare battifredum derivi dalle voci germaniche betée 'battere', (latino batŭere, da bātŭo, it. 'stare di fronte, davanti'; 'battere' nelle accezioni 'colpire', 'castigare', 'rompere'), e fried, 'tranquillità', 'sicurezza', dal probabile senso di 'struttura che si pone davanti a un pericolo per difendere la tranquillità interna'.

Descrizione

Dalle fonti emerge sia come struttura autonoma, anche in legno, lontana dalla fortificazione principale, assimilabile a una torre (Statuti di Pontremoli, COSTA 1571; Chartarium Dertonense, COSTA 1814), sia come torre principale del castello assimilabile al mastio (CORI 1874).

In area francese il termine diventa beffroi e indica sia una torre in legno su ruote usata per gli attacchi, sia la torre più alta della città, dove le guardie sorvegliavano i dintorni e che ospitava la campana per lanciare l’allarme, in seguito i grandi orologi civici (LAROUSSE 1999).

Occorrenze nei documenti

Doc. 460-CCCCLXXXXVIIII. « Turrim, casaturrim, dugnonem, betefredum, et castellum neque aliam forticiam sive de terra sive de lignis sive de petris sive de muro sive de aliqua alia materia. »

Come si cita

Voce "betefredus", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

ALBERTI 1992, p. 399, bete

BATTAGLIA 1961, p. 119, battifredo

DEVOTO-OLI 2011, p. 300, battifredo

CARLINI 1763, p. 242

SETTIA 1997, p. 440; TOMMASEO 1865, battifredo

CORI 1874, pp. 14-59, in particolare p. 50

COSTA 1814, p. 34

COSTA 1571, lib. I, cap. 3

LAROUSSE 1999, beffroi

bocieta (s. f.) — - Zona cespugliata.

Termine attuale: boceta

Etimologia

Il termine bocieta porta alla base il sostantivo maschile toscano bòcco, (pl. bòcci), significante ‘spino’, di etimo incerto, a cui è stato attaccato il suffisso del tipo collettivo femminile -eta (maschile -eto, latino -etum), a voler indicare un insieme di cose. La resa in italiano del termine dovrebbe essere ‘boceta’ o ‘bocceta’ con caduta della i semivocalica nel dittongo ie in quanto dal suono più debole rispetto alla e seguente (bocieta da boceta). Nello specifico si tratta di un toponimo del genere fitonimico significante “zona cespugliata”. L’Aprosio lo vuole derivato del dialettale ligure bocia, ‘cespo’ a cui lo studioso attribuisce il senso di complesso di steli, rami, foglie spuntati dalla stessa radice in una pianta priva di fusto.

Descrizione

Come si evince dal doumento, gli alberi dovevano esssere piantati in bocieta, in un luogo coperto da cespugli di rovi, quindi non produttiva, in modo da garantire una maggiore resa economica.

Occorrenze nei documenti

Doc. 87-LX. « et teneantur saltarii prata custodire et arbores plantatos in bocieta et in pratis et saldis. »

Come si cita

Voce "bocieta", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

APROSIO 2003, vol. 1, bòcia.

BATTISTI ALESSIO 1975, bòcco³, p. 548

CORTELLAZZO MARCATO 2005, bòco, p. 82

DE MAURO MANCINI 2000, bòcco, p. 255

c

carniprivium (s. - Tempo in cui si sospende l’uso della carne. privare della carne il tempo che si sospende l’uso della carne con la quaresima levare la carne

Termine attuale: carniprìvio / carnevale

Forme flesse: carnisprivium sost. nom. sing. [nominative, singular] carniprevio sost. abl. sing. [ablative, singular] carniprevium sost. acc. sing. [accusative, singular]

Varianti: carnislevamen sost. nom. sing.

Etimologia

Il termine carniprivium o carnisprivium è antico e del tipo composto. Deriva dal latino medievale carō carnis, carne e tema privare, privare.

Descrizione

Il senso è quello di privare della carne, nel contesto con evidente riferimento alla festa del 'carnevale' . Il sostantivo maschile ‘carnevale’ è infatti la forma dialettale formatasi sull’italiano ‘carnelevare’, in latino carnem levāre (carnislevarium, XIII sec., a Farfa), cioè il tempo che si sospende l’uso della carne con la quaresima. Si veda carnasciale in BATTISTI ALESSIO 1975, propriamente levare la carne, con dissimilazione della seconda r in l (DEVOTO-OLI 2011).

Occorrenze nei documenti

Doc. 3. « predicti debent habere et dare duas facellas quolibet sero a festo Sancti Martini usque ad carniprevium. »

Doc. 528. « debent solvere annuatim in carniprivio VI denarios pro agnelatico. »

Come si cita

Voce "carniprivium", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTAGLIA 1961, carniprìvio, p. 787.

BATTISTI ALESSIO 1975 , carnelevare, p. 774.

DE MAURO MANCINI 2000, carnevale, p. 337.

DEVOTO OLI_2011, carnevale, p. 469.

DUCANGE 1887, CARNIPRIVIUM.

caroçola (s. f.) — - Oggetto per servizio di trasporto.

Etimologia

Si tratta di un termine a doppia suffissazione che ha alla base il latino carrus 'carro', più il suffisso di tipo vezzeggiativo -uccio/a, latino -ucĕu(m), nella variante dialettale -ùzzo/a, a formare carrozzo e il suffisso diminutivo –olo/a, latino -eŏlus.

Descrizione

Il termine si trova in un documento del 1153 dove un certo Gottolo chiede in livello al vescovo di Luni Gotifredo, quanto un suo parente aveva avuto dal vescovo Filippo, case e terreni e la terza parte della caroçola, divisa con il vicedomino Aldeprando e gli uomini di Carrara. Il termine, che segue alla menzione di due case poste nel castello di Ameglia, non sta a significare un nome di luogo, come invece hanno inteso Lupo Gentile - che trascrive il termine con la C maiuscola - e Ferruccio Sassi - che parla di una villa di Carozola - e nemmeno indica un coltivo, in quanto quest’ultimo sarebbe stato probabilmente preceduto dal sostantivo terra, che si utilizza nello stesso testo (cfr. terra Angarecia, terra Parentore ). La posizione del termine nella frase e il fatto che il bene sia diviso in parti fa pensare ad un oggetto che producesse un reddito porzionabile, come ad esempio un servizio di trasporto di oggetti.

Occorrenze nei documenti

Doc. 347-CCCLXXXVI. « et terciam partem caroçola, sicuti dividitur cum Aldeprando vicedomino et cum hominibus de Carraria »

Come si cita

Voce "caroçola", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

SASSI 1936, pp. 135–139, 199–21, 201.

cervatina (s. f.) — - Legname utile in diverse pratiche agricole.

Forme flesse: cervatinas acc. pl. [accusative, plural] cervatinis abl. sing. [ablative, singular]

Etimologia

Il termine dialettale cervascini, che si può rendere in italiano con 'selvaggini', viene dal latino silvaticus (dal latino silva con il suffisso -aticus che in italiano rende 'selvareccio', 'relativo alla selva', a cui è affisso il diminutivo plurale -ini a volerne significare le piccole dimensioni.

Descrizione

Il vocabolo si è mantenuto nell’uso dialettale dell’entroterra per indicare i polloni che crescono attorno al tronco degli alberi non domestici. Si tratta di giovani rami longilinei non ancora innestati, sviluppatisi direttamente dalle radici, specialmente da quelle dei ceppi del castagno; essi sono adatti per la pratica dell’innesto delle barbe per ottenere castagne del tipo domestico. In agricoltura se ne fanno vari usi per la facile reperibilità e la lunga durata nel tempo.

Occorrenze nei documenti

« Nullus deportet ultra sex cervatinas »

Doc. 157-CXL. « facibus et lisca et pro cervatinis »

Come si cita

Voce "cervatina", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

ROSSI 1986, calocchia

APROSIO 2003, p. 257

circulus (s. m.) — - Struttura militare a carattere difensivo. Anfiteatro romano di Luni.

Termine attuale: circolo, cerchio

Forme flesse: circulum acc. sing. [accusative, singular] circulorum gen. pl. [genitive, plural] circhio abl. sing. [ablative, singular]

Varianti: circhius circhio abl. sing.

Etimologia

Dal latino circŭlus, diminutivo di circus, nell’accezione di 'cerchio', 'circolo', 'circonferenza').

Descrizione

Nel contesto del Codice Pelavicino il termine si trova con due significati diversi: a) in relazione a diritti di sfruttamento dell’incolto e sempre al plurale si tratta molto probabilmente di rami ricurvi o di legami di forma circolare fatti di frassino o carpino o castagno; b) in relazione all'insediamento di Luni e sempre al singolare per indicare l’anfiteatro di Luni, come si ritrova poi anche in una mappa del 1170 riguardante la frazione Nicola (MS), con il nome circolo (Tipo geometrico, 1779).

Occorrenze nei documenti

Doc. 454-CCCCLXXXXIII. « et circulos et ligna et fenum accipere »

Doc. 51-XXII. « et edifficium quod circulum vocatum aut arena »

Come si cita

Voce "circulus", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

DIZIONARIO 1763, p. 179

cogoçum (s. - Soprannome del tipo dispregiativo significante ‘zucca’, qui nel senzo traslato di 'becco', 'cornuto'. zucca adultera adulterio o stupro di vergini o di vedove becco cornuto

Termine attuale: cocuzza

Forme flesse: cogoça nom. plur. [nominative, plural]

Etimologia

Il nome deriva dal latino dal latino tardo cucutia (cucutia < cucucia < cugucia), specie di zucca (BATTAGLIA 1961) e per metatesi da *cucuzza a *(cu)zucca (BATTISTI ALESSIO 1975; BATTISTI ALESSIO 1975).

Descrizione

Soprannome del tipo dispregiativo significante zucca, che può avere il senso traslato di adultera (cucutia, cucugia si trova col sidgnificato di adulterio o stupro di vergini o di vedove (DU CANGE¹) oppure di becco o cornuto, detto di marito dalla moglie che fa la meretrice (DU CANGE²). Il termine cogoçum pare essere un derivato in -um del latino tardo *cugus, a sua volta dal gallico cocu o dall’occitano couz. .

Occorrenze nei documenti

Doc. 87-LX. « Quicumque, masculus vel femina, dixerit alicui habenti uxorem cogoçum vel verba equipollencia ad cogoçum, aut mulieri virum habenti putoniam vel gadalem, perdat soldos X Ianuensium. »

Come si cita

Voce "cogoçum", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTAGLIA 1961, cucutia, vol. III, p. 249.

BATTISTI ALESSIO 1975, cocuzza, vol. II, CA – FA, p. 998.

DEVOTO OLI 2011, zucca, p. 3165.

DU CANGE 1887, cucucia, cugucia e cugus, vol. 2, pp. 1210-1211.

MEYER-LÜBKE 2009, cŭcǔtia, cŭcǔtium, p. 219.

colochius (s. m.) — - Palo da viti cui si attacca l'estremità dei tralci.

Termine attuale: rocchio, rocchetto

Varianti: colocius, colocyus, colociyus

Etimologia

Il nome deriva dal latino colucus (colucus, corucus, coruca, ruca) diminutivo di colus, greco κέρας, ossia 'bastone', 'ramo' (v. anche il gr. хοϱμός 'tronco d’albero').

Descrizione

Con il termine colochii si nominavano i 'rocchi', ovvero piccoli tronchi di legno di sezione rotonda. In passato ambito ligure con il termine calocchia, o collicula ci si riferiva al palo utilizzato per sorreggere il pergolato.

Occorrenze nei documenti

Doc. 89-LIII. « t copertura capannarum et domorum et de cervascinis sive colochiis et facibus non fuit observatum ab episcopis ut conventum. »

Come si cita

Voce "colochius", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

ROSSI 1896, calocchia

APROSIO 2003, p. 257

MENAGE 1685, p. 404

confratissa (s. f.) — - Consorella, donna che appartiene allo stesso ordine religioso o alla stessa confraternita di un’altra. Forma femminile di confrater 'confratello'.

Termine attuale: consorella

Etimologia

Alla base del sostantivo c’è il termine latino medievale confraria, ossia confraternita, formato da fraternitas e dal prefisso con-, ossia 'insieme'.

Descrizione

Forma femminile di confrater 'confratello', con riferimento al membro di una confraternita o di una comunità religiosa, da qui il significato di 'consorella'.

Occorrenze nei documenti

Doc. 71-XLIII. « pro Lombardia, sua confratissa, filia quondam Burattelli »

Come si cita

Voce "confratissa", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

SOLDANI 2010, p. 184

FULTON-CRAUCIUN 2011, p. 65

MAJOROSSY-SZENDE 2008, pp. 409-454

MARTINI 1679, p. 133

congium (s. - misura per i liquidi, nel contesto usata per il vino

Termine attuale: congio

Forme flesse: congii gen. sing. [genitive, singular] congios acc. plur. [accusative, plural] congia acc. plur. [accusative, plural]

Etimologia

Dal latino classico congius, misura romana per i liquidi.

Descrizione

Misura di capacità dei liquidi (PETROCCHI), usata per misurare il vino consistente in un boccale d’argilla contenente 6 sestari (3, 283 lt.), corrispondenti all’ottava parte dell’anfora (BATTAGLIA; DEVOTO-OLI).

Occorrenze nei documenti

Doc. 56-XXVII. « pro quarta parte dicti poderis de dictis masiis ... frumenti unius quarti, ordei quartum I, vini congium medium, pensionis imperialium I et medium, gallinam mediam et octavam. »

Doc. 118-CI. « et vinum debeat esse congia centum, ad congium quod nunc currit »

Come si cita

Voce "congium", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTAGLIA 1961, còngio, vol. III, p. 550.

DEVOTO OLI 2011, p. 649

PETROCCHI 1912, còngio’, p. 562.

d

dismasiamentum (s. n.) — - diritto di smembrare un manso o di distaccarne alcune terre distaccata da una unità precedente il campo su cui non è stato eretto alcun edificio

Forme flesse: dismasiamento sost. abl. sing. [ablative, singular] dismasiate agg. gen. sing. [genitive, singular ]

Etimologia

Il termine dismasiamento è formato dal prefisso verbale latatino dis-, che ha valore oppositivo, dal sostantivo femminile latino medievale masia (DU CANGE), e da ‘-mento’ (latino mĕntum), suffisso utilizzato per formare sostantivi deverbali maschili indicanti un’azione o il suo effetto (DEVOTO-OLI). Del sostantivo masia (DU CANGE) si danno più interpretazioni: casa colonica con fattoria agricola; una certa quantità di terra; la raccolta di possedimenti e proprietà.

Descrizione

Nel contesto il termine - usato quasi sempre in abbinamento con amasiamentum - si riferisce al diritto di membrare un manso o distaccare da una proprietà immobiliare alcune terre (APROSIO; BATTISTI ALESSIO); si trova anche il participio passato dismasiata, da dismasare o dismassare, che può avere sia il dignificato di terra distaccata da una unità precedente ma anche di il campo su cui non è stato eretto alcun edificio (DU CANGE).

Occorrenze nei documenti

Doc. 3. « Mansus de Plaça Suprana: denarios VI segatura et ambaxiatam per totum episcopatum Lunensem et castellaniam, placitum, dismasiamentum et amasiamentum. »

Doc. 154-CXXXVII. « duas partes pro indiviso unius petie terre seu tenute dismasiate. »

Come si cita

Voce "dismasiamentum", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

APROSIO 2003, vol. 1, p. 343.

BATTISTI ALESSIO 1975 dismasare, p. 1342.

DEVOTO OLI 2011, -mento, p. 1692.

DU CANGE 1887, -masia, -massa.

dorsus (s. m.) — - Parte dorsale, tergo del letto. cubiculum camera da letto parte dorsale, tergo del letto

Termine attuale: dorso

Forme flesse: dorso sost. abl. sing. [ablative, singular]

Etimologia

Del termine del latino classico dorsus, schiena, è noto l’uso estensivo che se ne è fatto già a partire dalla Vulgata (IV -V sec. d.C.), ma che si afferma con decisione dalla seconda metà del sec. XIV (DE MAURO MANCINI), epoca nella quale dorsum si sostituisce a tergum, a tergo (BATTISTI - ALESSIO), per significare la cosa che sta alle spalle di un corpo, di un oggetto oppure per nominare una dorsale montuosa, un dosso, uno stile di nuoto etc.

Descrizione

Tra le varie accezioni del sostantivo, il Du Cange ritiene di riconoscere in dorsus il senso traslato di cubiculum, ossia camera da letto. Si è dell’avviso che tale ipotesi sia piuttosto avventata, soprattutto in considerazione del fatto che non viene suffragata da prove documentali. Nel contesto si ritiene di assegnare il valore esteso di parte dorsale, tergo del letto, che all’epoca implicava l’uso di tessuti per riparare le persone dal freddo e dagli animali, come si nota in diversi affreschi.

Occorrenze nei documenti

Doc. 87 - LX. « Salvo quod non possit accipere pannos de dorso debitoris nec de lecto vel eius uxoris vel aliquod aliud quod ad lectum pertineat vel ad dorsum, atque hoc intelligatur de pannis et lecto existentibus super lectum et de pannis quos in dorso habuerit. »

Come si cita

Voce "dorsus", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTISTI ALESSIO 1975, dòrso, dosso, p. 1386.

CHERUBINI 1831, dorsus lecti vol. I, p. 582.

DE MAURO MANCINI 2000, p. 621.

DUCANGE 1887, dorsus2

f

falanus (adj. m.) — - Caratteristica di cavalcatura.

Etimologia

L’unicità del riscontro e l’incertezza sulla grafia rendono difficile l’indagine su origine e significato di questo aggettivo. Segnaliamo la possibile corruzione per metatesi di al dell’arabo alfana (alfana - falana), nel senso più generico di 'cavalcatura'.

Descrizione

Il termine con funzione aggettivale si trova una sola volta nel Codice Pelavicino in riferimento a una cavalcatura.

Occorrenze nei documenti

Doc. 488 - DXXVII. « Et postea donavit idem abbas episcopo Alberto palafredum falanum »

Come si cita

Voce "falanus", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

GHERADINI 1838, alfana

g

gadales (s. f.) — - puttana, meretrice, donna lussuriosa e lasciva persona dedita all’attività di meretrice donna lussuriosa, lasciva.

Termine attuale: gadale

Forme flesse: gadalem sost. acc. sing. [accusative, singular]

Etimologia

Il termine medievale gadales, meretrice (BONAINI), sembra avere origini germaniche, forse dall’antico basso francone *gadailo, concubina (MEYER-LÜBKE; PERROTTA - MAININI), a sua volta dall’armoricano *gadal, o *gadalus, libidinoso, impudico, immodesto (DU CANGE), è passato poi nel latino tardo come gadālis significante donna di malaffare, persona che si prostituisce (Meyer – Lübke²)

Descrizione

Il senso del nome nel contesto è persona dedita all’attività di meretrice ma anche donna lussuriosa, lasciva..

Occorrenze nei documenti

Doc. 87-LX. « Quicumque, masculus vel femina, dixerit alicui habenti uxorem cogoçum vel verba equipollencia ad cogoçum, aut mulieri virum habenti putoniam vel gadalem, perdat soldos X Ianuensium. »

Come si cita

Voce "gadales", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

FUKSAS 2020, p. 119.

BONAINI 1851, p. 102.

DU CANGE 1887, gadales.

MEYER-LÜBKE 2009, gadalis, p. 310.

gredelatus (adj. m.) — - Aggettivo usato in passato per indicare il risultato della separazione dei chicchi dalle spighe.

Termine attuale: separato, sgranato

Etimologia

Alla base del verbo gretolare c’è il sostantivo 'gretola' dal latino volgare cretrulum, collegato con clatra, 'grata'. La gretola era un attrezzo costituito da due asticelle ricurve e unite all’estremità da una striscia di cuoio detta correggia atto alla separazione dei chicchi dalle spighe, procedimento che in genere si effettuava nell’aia di casa. Con il termine 'gretola' si trovano indicate anche altre cose dalla forma sottile e ricurva, quali la scanalatura ricavata nella parte inferiore delle macine dei mulini a trazione animale; il vimine usato per costruire le gabbie, in particolare quelle per gli uccelli e quelle per il trasporto del pollame.

Descrizione

Nel contesto del Codice Pelavicino si dice gredelato il frumento da portare come pagamento per un fitto, che deve essere inoltre numerato ossia contato, di quantità corretta, pulito e secco.

Occorrenze nei documenti

doc. 422-CCCCLXI. « starium I frumenti numerati, mundi, sicci et gredelati, mensurati ad legitimum starium. »

Come si cita

Voce "gredelatus", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

PETROCCHI 1912, p. 1099

BARTEL 1636, p. 49

i

iscaria (s. f.) — - ufficio attinente al potere pubblico.

Termine attuale: scario, scarione, istituto dello scario

Varianti: yscaria, iscaria, escarius, hescarius, iscarius, scarius

Etimologia

I termini iscaria e scarius o iscarius, derivano dal longobardo *skarjan (Francovich Onesti) col quale si identificava una funzione e un ruolo attestato nell’editto di Rotari (643) poi ripreso dalle leggi di Liutprando (713-715) (Pertile).

Descrizione

Il termine nel periodo longobardo si riferisce alle funzioni di ufficiali minori dell’amministrazione longobarda; il suo uso tuttavia perdura nel tempo e si ritrova in numerosi testi normativi del pieno e basso medioevo.

Nel Trentino ancora fino alla fine del secolo scorso si denominava scario il capo del comune di Fiemme. Possiamo dire genericamente che nel Medioevo l’iscaria era un ufficio attinente al potere pubblico ed retto da un funzionario detto appunto scario o iscario; norme differenti da luogo a luogo ne regolavano la nomina, le funzioni e la durata del mandato.

Nel documento emanato in Sarzanello il 3 aprile 1212, il vescovo di Luni conferma e rinnova agli operarii della corte di Sarzana alcune concessioni fatte dai suoi predecessori consistenti nella franchigia sulla caneva, sulla castaldia e sull’iscaria in cambio di prestazioni gratuite; fra queste quella di ricoprire per il periodo di un anno l’incarico di scario a fronte del quale sarebbero stati ricompensati con un feudo. Dal medesimo testo si ricava inoltre che lo scario veniva nominato dal vescovo o dai curiales e che doveva essercene almeno uno per ogni distretto, comitato o castello che fosse; questi assumeva il nome di yscarius districtus. L’affidare ad un operario tale funzione non doveva necessitare di specifiche competenze dato che lo scario veniva quasi sempre affiancato da periti o tecnici esperti nei vari settori.

Occorrenze nei documenti

doc. CI 118, f. 214v. « Uterque enim eorum, velut in eodem instrumento legebatur, condonavit et remisit per se et suossuccessores omnibus suprascriptis operariis dona et opera atque quod nullus eorum cogatur ad canevam recipiendam necad castaldiam neque ad iscariam, nisi per voluntatem, excepto quod omni anno debet unus eorum esse iscarius, si fuerit voluntas episcopi, et debet suum feudum habere. »

Come si cita

Voce "iscaria", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

ONESTI pp. 1, 4

PERTILE 1873 vol. 1, pp. 96, 97, nota 93

DEVOTO-OLI, p. 1086

RINALDI 2000 pp. 330-33

CORI 1874, pp. 14-59, in particolare p. 50

BRUNETTI 1806, pp. 557, 726, 729

iuva (s. f.) — - Misura di superficie.

Etimologia

Deriva probabilmente dal latino glēba (gleba < ghieva < ghiova), 'pezzo di terra', 'zolla', vicino al germanico klotz, klosz, 'massa', 'globo' nel senso di massa di terra.

Descrizione

Nell’ambito delle antiche misure agrarie di Sarzana e Liguria di Levante, con la forma dialettale giova, ci si riferiva allo iugero: Che col prezzo di un solo scudo d’oro imperiale facevasi anticamente la compra d’un Iugero di terreno, detto volgarmente una giova, nel piano di Sarzana, che suol consistere in quattro quartieri, calcolati a ragione di canne 37 e mezza per ognuno, e di palmi venti per canna, e che ridotta la giova in quadratura perfetta, porta in circonferenza canne 150 in misura, o sia palmi tremila di terreno, dove oggigiorno si valuta una giova di terra né siti migliori, e più prossimi alla città, fino a mille lire. (anno 1757). La misura agraria detta giova corrispondeva quindi a quattro quarti, ossia 0,35450116 ha (ara). La giova di Vezzano misurava 3692,72 metri quadrati.

Occorrenze nei documenti

Doc. 25 « de I iuva terre in Cafaçola »

Come si cita

Voce "iuva", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTAGLIA_1961, giova

CRUSCA LESSICOGRAFIA, p. 375

PETROCCHI 1912, p. 1285; SILVESTRI 1992, ghiova

MENAGE 1685, p. 252

TARGIONI-TOZZETTI 1779, tomo 11, p. 441

MEYER-LUBKE 2009, p. 323

l

lota (adj. f.) — - lavata

Etimologia

Dal latino lōtĭo, ossia 'il lavare, lavatura' (CALONGHI 1993), derivato di lōtus, ‘lavo’ (Georges), participio passato di lavĕre 'lavare' (Treccani).

Descrizione

Nel documento del codice l'aggettivo 'lavata' si riferisce alla lana di cui si indica il pedaggio.

Occorrenze nei documenti

Doc. 87-LX « Item statuimus et ordinamus quod non possit vendi per commune vel per aliam personam pro communi lutum sive lavachium quod fuerit in strata vel platea seu viis publicis communis Sarzane, que sunt infra clausuram burgi, ullo modo. »

Come si cita

Voce "lota", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

CALONGHI 1993, lotio, , p. 1607.

GEORGES 1869, lotio’ , p. 705.

TRECCANI, lozione, lozione.

lutus (s. m.) — - fango, melma

Forme flesse: lutum sost. acc. sing. [accusative, singular]

Etimologia

Dal latino lutus, qui nelle accezioni 'fango', 'melma', 'argilla' (CALONGHI 1993).

Descrizione

Il termine lutus indica 'fango', 'melma', come anche 'argilla' e 'creta'; tuttavia nel documento si riferisce in particolare al fango sporco che si deposita nelle strade. In altricontesti può significare 'guado, erba palustre che serve a tingere di giallo' (CALONGHI) in riferimento alla pianta chrysocolla lutea e per estensione 'di colore giallo, arancione, croceo' (Calonghi 1993). Il termine nel significato di 'fango', 'sudiciume', è documentato nel secolo X in Toscana anche come elemento toponomastico (BATTISTI ALESSIO, p. 2272).

Occorrenze nei documenti

Doc. 87-LX « Item statuimus et ordinamus quod non possit vendi per commune vel per aliam personam pro communi lutum sive lavachium quod fuerit in strata vel platea seu viis publicis communis Sarzane, que sunt infra clausuram burgi, ullo modo. »

Come si cita

Voce "lutus", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTISTI ALESSIO 1975, loto, lutum, pp. 2272 e 2292.

CALONGHI 1993, luteus, lūtum, p. 1620.

MEYER-LUBKE 2009, lūtum, 1521, p .421.

m

mezona (s. f.) — - Metà della carne ottenuta dalla macellazione di un maiale.

Termine attuale: mezzena

Etimologia

Il termine mezona, in Liguria mezena (BATTISTI ALESSIO), in italiano mezzena (DEVOTO OLI), è composto dal latino medium, ‘mezzo’ (sec. XIII), cui è attaccato il suffisso femminile –ona, da -onus, ampliamento di –nus, usato per formare sia aggettivi, sia sostantivi.

Descrizione

Mezona è voce d’area regionale la quale è spiegata come ciascuna delle parti in cui viene tagliata, in senso longitudinale, la carcassa di un animale macellato, particolarmente carne di maiale fatta seccare (DEVOTO OLI; BATTAGLIA); la metà del porco (BATTISTI ALESSIO); mezzo maiale salato (APROSIO). Nel documento il vocabolo fa riferimento a una mezona di carne salata seguita da un certo quantitativo di lardo: è plausibile quindi che la mezona costituisse la metà della carne ottenuta dalla macellazione di un maiale.

Occorrenze nei documenti

doc. 14 « Item de qualibet mezona carnis salse denarium I ½ Ianuensium et due libre pro centanario et tantumdem de lardo. »

Come si cita

Voce "mezona", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

APROSIO 2003, medena, p. 2003

BATTAGLIA 1961, mezzena, p. 316.

BATTISTI ALESSIO 1975, mezzina, p. 2448.

DEVOTO-OLI 2011, mezzena, p. 1713.

mortana (s. f.) — - Oliva da olio e non da mensa.

Termine attuale: oliva nera, mortanina, mortina

Varianti: mortellina, mortina

Etimologia

Si tratta di un vocabolo ormai estinto, che alla base porta l’aggettivo sostantivato 'morta' (da 'morto', 'morire', 'mori', dal latino mortuus), a cui è attaccato il suffisso femminile plurale del tipo causativo -âne (dal costrutto latino a- anis), entrato nell’uso in Toscana circa il sec. VIII d.C. Pertanto il termine mortane dovrebbe essersi formato sul modello morta, mortanis 'di morte', nell’accezione di 'cosa scura', il colore che nell’immaginario collettivo richiama la morte, qui a voler significare 'oliva di colore bruno scuro'.

Descrizione

La mortanina (volgare 'mortina') è un’oliva che cresce prevalentemente nell’entroterra ligure perché più resistente al freddo e alle nebbie, raggiunge la maturazione circa il mese di novembre in quanto più tardiva rispetto alle altre ed ha un’ottima resa in olio, circa il 19/20%. La coltivazione di questa specie d’olivo, detto 'elcina', oggi è alquanto meno diffusa di un tempo. Nell’ambito del Codice Pelavicino è citato uno staio di olive della varietà mortane che la comunità di Cassola - luogo situato presso Bastremoli nel comune di Follo Alto - doveva consegnare alla curia vescovile di Luni ogni anno a Natale. In Lunigiana esistono anche due toponimi il cui significato rimanda probabilmente ad altrettanti boschi d’olivo della varietà mortanina che sono: Mortedo, presso Santo Stefano Magra e Mortanedo, a monte di Tellaro.

Occorrenze nei documenti

doc. 437-CCCCLXXV « In domo illorum de Cassola omni anno I amiscere sine vino et VIII denarios pensione et I starium mortane ad Natalem »

Come si cita

Voce "mortana", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTAGLIA 1961, mortina

GERA 1842, vol. 17, p. 68 - 71

TAVANTI 1842, pp. 68, 69

LIGUCIBARIO 2019, Alfabeto del gusto

p

palafredus (s. m.) — - Cavallo dal passo tranquillo.

Varianti: palefredus

Etimologia

La parola palafredus o palefredus (alle volte palfredus), è composta dalle voci germaniche pala / pale (ted. zelter, italiano 'ambio', zool. 'passo del cavallo') e dal basso tedesco friede, antico frithu (antico francese palefreid, palefroi), latino medievale fridus o fredum, qui nell’accezione di 'tranquillità', 'sicurezza'.

Descrizione

Si tratta di un termine usato per indicare gli equini, in particolare il cavallo nobile da sella usato per lo più per il viaggio o per la parata.

Occorrenze nei documenti

doc. 488-DXXVII « Et postea donavit idem abbas episcopo Alberto palafredum falanum donavit. »

Come si cita

Voce "palafredus", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

NOVUM GLOSSARIUM 1985, pp. 95, 96

DUCANGE, paraveredi

parapsides (s. f.) — - piatto da mensa concavo

Forme flesse: parapsidum sost. gen. pl. [genitive, plural] parapsidarum sost. gen. pl. [genitive, plural]

Etimologia

Il termine deriva latino parapsis (paropsis), 'paràpside'.

Descrizione

Si tratta della forma plurale di ‘piatto’, in particolare del 'piatto fondo, scodella', recipiente in cui sono contenute le pietanze per la mensa (DEVOTO-OLI). A conferma dell’ipotesi su esposta si veda MAGNANINI: con quella disgrazia, che nella cena lautissima di Trimalchione avvenne a un paggio; gli cadde di mano un piatto detto parapside . Con lo stesso vocabolo sono nominati anche il cranio che presenta una sola fossa temporale e i parapsidi, gruppo di rettili che hanno la volta cranica di tipo parapside (TRECCANI).

Occorrenze nei documenti

doc. 14 « Item de quolibet centanario ceparum, aleorum, ollarum, urceorum, muiolorum, parapsidis, incisorum, cocleariorum et aliorum quorumlibet vasorum de lignamine, vitro et terra... »

Come si cita

Voce "parapsides", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

DU CANGE 1887, parapsis.

MAGNANINI 1640, p. 219.

putonia (s. f.) — - puttana, meretrice persona dedita all’attività di meretrice puttana

Termine attuale: puttana

Forme flesse: putoniam sost. acc. sing. [accusative, singular]

Etimologia

Il termine putonia ha alla base il sostantivo arcaico putto, latino pŭtus (BATTISTI – ALESSIO), nell’accezione di persona dominata dalla venalità o dal vizio, da putta (DEVOTO-OLI), lo stesso di puta, si confronti il francese antico pute significante puttana, meretrice (DU CANGE). Putonia è un derivato in -onia, dalla desinenza del tipo spregiativo di origine incerta con sviluppo in -ogna, -ona (ZANARDELLI). Si veda anche puttania, arte della meretrice (PETROCCHI).

Descrizione

Il senso del nome è persona dedita all’attività di meretrice, qui nell’espressione volgare puttana.

Occorrenze nei documenti

Doc. 87-LX. « Quicumque, masculus vel femina, dixerit alicui habenti uxorem cogoçum vel verba equipollencia ad cogoçum, aut mulieri virum habenti putoniam vel gadalem, perdat soldos X Ianuensium. »

Come si cita

Voce "putonia", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTISTI ALESSIO 1975, putto, p. 3161.

DEVOTO OLI 2011, p. 2234.

DU CANGE 1887, puta, cugucia.

PETROCCHI 1912, pp. 640-641.

ZANARDELLI 1906, p. 11.

r

rastellus (s. m.) — - Attrezzo agricolo formato da un regolo dentato fissato a un lungo manico e usato per lo più per raccogliere e accumulare fieno In senso traslato, una certa quantità di fieno rastrellato.

Termine attuale: rastello, rastrello

Etimologia

La parola rastellus viene dal latino rastrum 'sarchiello', 'rastrello''.

Descrizione

Nel contesto in cui appare nel codice, ossia una lista di censi, e considerando anche che in Piemonte il toponimo Rastelli indica un territorio riservato alla fienagione si presume che per un rastello si intenda per traslato 'una certa quantità di fieno rastrellato', in maniera analoga alla biestra/viestra, ossia una bracciata di fieno composta col rastrello.

Occorrenze nei documenti

Doc. 56-XXVII. « Ursarellus, filius Venture de Mamiano, de toto suo podere ubicumque habet, quod tenet a Lunensi curie pro homagio et resedio frumenti minam I, et bacile I ordei, quartum I gallinam mediam, vini seglam I et debent predicta portare ad castrum Sarzane rastelli terciam partem unius pensionis II pro terra de Nebiana. »

Come si cita

Voce "rastellus", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

MICHELANGELO 2017, p. 236

FABBIANI 1977, nel capitolo sulle misure antiche.

s

scafa (s. f.) — - Navicella o imbarcazione destinata al servizio di un’unità maggiore

Termine attuale: scafo

Etimologia

La parola scafa viene dal latino scapha 'barchetta', 'navicella', gr. σκάϕη, skáphē.

Descrizione

Con il termine scafa sia in epoca romana sia nel medioevo ci si riferiva ad una piccola imbarcazione o ad un piccolo battello senza vela usati nella navigazione fluviale per il trasporto da una sponda all’altra di materiale o persone. Nel Codice Pelavicino è governato da scafari.

Occorrenze nei documenti

Doc. 87-LX. « Item statuimus atque ordinamus quod potestas et consilium teneantur facere emi vel fieri scafam unam pro communi et ipsam teneri facere in flumine Macre ad passandum omnes homines et mulieres de Sarzana et eorum res. »

Come si cita

Voce "scafa", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTAGLIA 1961, p. 739

DEVOTO-OLI 2011, p. 2507

MEYER-LUBKE_2009, p. 634

VTO, scafa

scafarius (s. m.) — - Barcaiolo.

Termine attuale: scafario

Etimologia

Il termine deriva dal latino scapha 'barchetta', 'navicella', greco σκάϕη, skáphē.

Descrizione

Lo scafarius nel Codice Pelavicino è chi governa la scafa.

Occorrenze nei documenti

Doc. 454-CCCCLXXXXIII « ad emendum scafam et accipere pro quolibet fumo mediatinum vel ianum novum pro feudo scafarii; »

Come si cita

Voce "scafarius", Terminologia del Codice Pelavicino, a cura di Enrica Salvatori e Sergio Mussi(URL) [consultato in AAAA/MM/GG], in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2020

Bibliografia

BATTAGLIA 1961, p. 739