Signa tabellionatus

Tra le caratteristiche che contraddistinguono il Codice Pelavicino, vi è senz’altro la  quantità dei simboli utilizzati dai rogatari dei documenti per autenticare e convalidare il testo  e scrupolosamente riprodotti dagli scrittori del Codice: i signa tabellionatus o signa notariorum. Dato che questi “segni” notarili rappresentano un materiale di studio importante, è stato deciso di dedicare loro una sezione apposita, in modo da favorirne la visibilità e la consultazione.

Breve storia dei signa
I signa nel Codice Pelavicino digitale
La pagina “I notai del Codice”

 


Breve storia dei signa

Nonostante non si possa parlare di segni del tabellionato fino a quando il notaio non riuscì a raggiungere la publica fides, va notato che già nel II secolo d. C. anche lo scriptor poneva in fondo al documento il suo sigillo (COSTAMAGNA 1970, 138-139). La presenza del signum tabellionatus (o signum notarii) nei documenti medievali è comunque  frutto di una lunga evoluzione che, per certi aspetti, può essere messa a confronto con il mutamento dello stesso testo notarile: nel passaggio dalla carta e dal breve all’instrumentum, verso la metà del XII secolo, anche il simbolo identificativo del notaio subì infatti una  mutazione (COSTAMAGNA 1970, 140-142).

La carta, una delle tipologie documentarie più diffuse tra il XI e il XIII secolo, era destinata a transazioni di carattere definitivo e ad atti di liberalità quali la compravendita, la permuta, il testamento e la donazione.

Il breve, invece, era destinato ad investiture, refute e accordi e, di norma, era chiuso semplicemente dal nome del notaio che indicava di avere scritto il testo.

Le carte continuarono ad essere utilizzate ancora fin verso la metà del sec. XII, ma subito dopo, anche per effetto del risorto studio del diritto romano, apparirono i primi esempi di documenti di un nuovo tipo, che davano notizia in forma oggettiva dell’avvenuto negozio giuridico, omettendo qualunque sottoscrizione dell’autore e indicando invece i nomi dei testimoni e la chiusura del notaio: gli instrumenta (MANARESI 1931).

Grazie allo studio dei primi signa tabellionatus, è stato possibile dimostrare come tali caratteri siano stati originati da influenze di tachigrafia sillabica e, specialmente, dall’uso delle note rappresentanti le parole notarius e subscripsi, già rintracciabili nei papiri ravennati del VI secolo (COSTAMAGNA 1972).  Attraverso un’elaborazione secolare, alcune di queste note tachigrafiche finirono per trasformarsi in un simbolo distintivo da utilizzare per particolari forme d’invocazione e per rappresentare l’autorità notarile.

L’origine vera e propria del signum è stata ampiamente discussa e, a oggi, sono due le correnti più accreditate. La prima, portata avanti dallo storico e archivista francese Marie-Claude Guigue, sostiene che il segno notarile sarebbe una derivazione del signum manuale, il simbolo della personalità giuridica nell’età giustinianea; la seconda, sorretta dagli studi di Enrico Donato Petrella, ritiene, invece, che il signum rappresenterebbe la logica conseguenza dall’abitudine presso i notai d’invocare il nome di Dio prima di accingersi a compiere una qualsiasi azione di valenza giuridica (COSTAMAGNA 1972, 7-11).

Nella maggior parte delle pubblicazioni cartacee, l’edizione critica si limita a segnalare la presenza dei signa tramite la dicitura S.T. racchiusa tra due parentesi. Nell’edizione de I Libri Iurium della Repubblica di Genova è tuttavia anche possibile accedere a uno schema riassuntivo di tutti i documenti, all’interno del quale è stato predisposto un campo per le sottoscrizioni e/o le autentiche. Nella colonna relativa alla fonte sono stati inseriti il nome dei rogatari o, in caso di documenti pubblici, la forma di convalidazione (sigillo, bulla, signum communis, ecc.), dando così forma ad una sorta di database cartaceo per le autenticazioni notarili.

Nonostante le edizioni digitali consentano la messa in opera di strumenti per estrapolare e rielaborare i  contenuti, per quanto riguarda il trattamento dei signa non sono stati trovati in rete esempi che proponessero soluzioni particolarmente efficaci. Il progetto Telma, ad esempio, benché presenti una notevole quantità di trascrizioni di carte originali francesi, si limita a segnalare i simboli notarili tramite la dicitura [signum], senza predisporre uno strumento per il collegamento fra il testo e l’immagine o un metodo d’indicizzazione dei contenuti.

L’archivio collaborativo di Montasterium, invece, ha messo a disposizione un interessante strumento per l’annotazione e la catalogazione degli elementi tipici del testo, come appunto i signa tabellionatus. L’image tool permette, infatti, di intervenire direttamente sull’immagine del documento e, tramite una barra espandibile, dà la possibilità all’utente di delimitare e descrivere le zone interessate. In questo modo, oltre alla trascrizione del testo, si può consultare il facsimile annotato con tutte le informazioni ritenute necessarie per una miglior comprensione dei diversi contenuti. Si tratta comunque di uno strumento ancora poco utilizzato dagli studiosi e, data la sua genericità, non è particolarmente indicato per l’esclusivo approfondimento dei simboli notarili.

I signa nel Codice Pelavicino digitale

Per quanto riguarda il Codice Pelavicino  è stato deciso di sviluppare, oltre al <facsimile> XML per il collegamento fra il testo e l’immagine, una pagina HTML con l’indice di tutti i notai e i rispettivi signa tabellionatus, in modo da fornire agli utenti un ulteriore strumento per la consultazione degli elementi principali della codifica.

La corrispondenza fra gli elementi del testo codificato e la loro raffigurazione rappresenta uno degli aspetti peculiari delle image-based digital edition e, per questo motivo, è stato deciso di predisporla per l’edizione digitale del Codice Pelavicino. Tramite l’elemento <facsimile>, inserito allo stesso livello gerarchico del <teiHeader> e del <text>, è stato possibile creare il collegamento mirato, unendo fra di loro i tag che identificano i signa  (<ptr/>) e le riproduzioni dei simboli notarili presenti nelle carte del manoscritto. Nonostante si sia trattato di un’operazione meccanica e non particolarmente complessa, la realizzazione del <facsimile> ha richiesto diverse fasi di lavorazione e, per la delimitazione delle aree da evidenziare, si è dovuto far riferimento ad uno specifico software open source: IMT (Image Markup Tool), sviluppato da Martin Holmes, che permette all’utente di definire aree rettangolari di annotazione  e di salvarle direttamente in un documento XML conforme allo standard TEI P5.

Per prima cosa, l’elemento <facsimile> è stato suddiviso in una serie di <surface>, ognuno dei quali è stato collegato alla rispettiva pagina (<pb/>) nel testo codificato, mediante la corrispondenza fra i due attributi @corresp e @xml:id. In seguito, all’interno di ogni <surface> è stato inserito un <graphic/> per indicare la posizione fisica dell’immagine, e una serie di <zone> per delimitare le aree dei signa attraverso le quali creare il collegamento. La corrispondenza tra le zone localizzate e gli elementi identificativi dei simboli notarili è stata possibile grazie alla predisposizione di due attributi con lo stesso valore: @xml:id per gli <zone> e @facs per i <ptr/>.

Di seguito è riportata la struttura di un generico <surface>:

<surface xml:id=”surf_numeroPagina” corresp=”#fol_numeroPagina”>
<graphic url=”images/single/numeroPagina.jpg” width=”1200px” height=”1793px”/>
<zone xml:id=”st_numeroPagina_001″ rendition=”signum” ulx=”xxx” uly=”xxx” lrx=”xxx” lry=”xxx” rend=”visible”/>
<zone xml:id=”st_numeroPagina_002″ rendition=”signum” ulx=”xxx” uly=”xxx” lrx=”xxx” lry=”xxx” rend=”visible”/>
</surface>

L’elemento <zone>, per delimitare le aree sensibili dell’immagine, si serve di quattro coordinate spaziali sotto forma di attributi. Per inserire questi valori all’interno del file di codifica è stato utilizzato il già citato IMT.

Per ogni immagine sono state delimitate le aree interessate e, grazie al campo Annotation Title, è stato possibile attribuire a ognuna di esse un diverso @xml:id direttamente nell’interfaccia del software. In questo modo, una volta prodotto il file XML, è bastato copiare le varie <zone> generate in IMT all’interno del <surface> corrispondente. Quest’operazione è stata ripetuta per tutte le carte dei testi codificati, fino al completamento del <facsimile>.

Una volta predisposto il collegamento tra testo e immagine, è stato deciso di realizzare, a livello grafico, una corrispondenza di tipo hot spot, in modo da mostrare i signa ed eventuali informazioni aggiuntive (non ancora stabilite) anche nella sezione di EVT contenente il testo codificato.

La pagina “I notai del Codice

La pagina HTML con l’indice dei notai è stata realizzata con l’intenzione di fornire all’utente uno strumento di consultazione esterno alla visualizzazione in EVT in grado di catalogare una quantità maggiore d’informazioni senza però appesantire la resa grafica dell’edizione digitale. Attraverso le regole di trasformazione XSLT, applicate principalmente alla lista XML delle persone e dei signa, è stato possibile creare un unico <div> da poter integrare nel tema WordPress del sito web. Nella sezione Materiali è stata predisposta, infatti, una pagina HTML vuota, dal titolo I notai del Codice, all’interno della quale poter inserire il <div> precedentemente creato e anche una breve introduzione.

Come già annunciato, oltre alla lista delle persone è stata sfruttata anche quella dei signa, all’interno della quale sono stati raccolti tutti i simboli notarili presenti nei documenti codificati. La lista è composta da una serie di <item> collegati ai rispettivi <ptr/> del testo tramite l’attributo @xml:id e contenenti dei tag <figure> per catalogare le singole immagini. Ogni <figure> presenta tre sotto-elementi: un <head>, per identificare la tipologia del simbolo, un <graphic/>, per la collocazione fisica dell’immagine, e un <figDesc/>, per una breve descrizione dell’aspetto o del contenuto della figura (ancora da compilare). Inoltre, alcuni <figure> dispongono di un attributo @corresp, al quale è stato assegnato un valore equivalente all’@xml:id del notaio legato a quel determinato simbolo notarile, in modo da creare una corrispondenza anche con gli elementi della <listPerson>.

Di seguito è riportata la struttura di un <item>:

<item xml:id=”numDocumento_st_numSignum”>
<figure corresp=”#IdentificatoreNotaio”>
<head>(S.T.)</head>
<graphic url=”images/signum/numDocumento_st_numSignum.jpg”/>
<figDesc/>
</figure>
</item>

Il <div> integrato nel tema WordPress del sito contiene la lista cliccabile di tutti i notai e, per ognuno di essi, è possibile visualizzare il nome completo, la qualifica e tutte le immagini dei signa corrispondenti. Ogni simbolo notarile può essere visualizzato nelle sue dimensioni originali tramite uno script lightbox in jQuery. Inoltre, cliccando sul numero del documento associato ad ogni figura, sarà possibile aprire, in un’altra finestra, il testo corrispettivo nella visualizzazione in EVT.

Per creare la lista dei notai e per collegare a ogni voce le varie informazioni, è stato necessario impostare, nel file XSLT, una serie di cicli xsl:for-each concatenati: il primo ha permesso di isolare e di compilare con i dati principali tutte le schede dei notai; il secondo ha associato ad ogni rogatario le immagini dei signa corrispondenti; il terzo ha attribuito ad ogni figura il link al documento nel sistema di consultazione EVT.

In coda al <div> sono stati inseriti due script jQuery, fondamentali per rendere la pagina dinamica e facilmente consultabile: il primo, servendosi della funzione accordion(), è stato utilizzato per rendere visualizzabili le singole schede solamente al click sul pannello <h3> corrispondente; il secondo, invece, è servito per predisporre una riga di testo predefinita per tutti i notai sprovvisti di signum.

Di seguito è riportata la struttura del primo script:

$j=jQuery;
$j(document).ready(function() {
$j(“#accordion”).accordion( {
collapsible: true;
active: false;
heightStyle: “content”;
} );
} );

La funzione accordion(), richiamata sul <div> con attributo id=”accordion”, attiva tutti gli <h3> contenenti i nomi dei notai e, al click su ognuno di essi, rende visibile il blocco immediatamente successivo, ovvero il <div> corrispondente alla scheda del determinato rogatario. Per mezzo delle tre opzioni dichiarate nelle righe successive del codice, è stato possibile impostare lo script nella maniera più corretta. Nello specifico, collapsible e active sono servite per chiudere tutte le schede al caricamento della pagina, mentre heightStyle ha permesso di ridimensionare in maniera dinamica i blocchi contenenti le informazioni.

Per inserire all’interno delle schede sprovviste di signa tabellionatus il tag <p> contenente la frase «Nessun timbro presente nei documenti», è bastato impostare uno script in grado di verificare l’assenza di elementi nel <div> predisposto per la raccolta dei simboli. La funzione trim(), inserita nella riga di codice relativa al controllo, rimuove tutti gli spazi bianchi all’inizio e alla fine di una qualsiasi stringa di testo.

Di seguito è riportata la struttura dello script:

$j=jQuery;
$j(document).ready(function() {
$j(‘.timbro’).each(function() {
if(!$j.trim($j(this).html()).length) {
$j(this).html(‘<p>Nessun timbro presente nei documenti</p>’)
}
} );
} );

Lo script lightbox, per la visualizzazione dei signa a dimensione originale, è stato inserito come link direttamente nell’<head> della pagina WordPress, ed è stato richiamato sui vari <img> tramite l’attributo @data-lightbox, al quale è stato assegnato come valore l’@xml:id del simbolo di appartenenza.

Una volta generato il <div> contenitore, attraverso la funzione “Configure Transformation Scenario(s)” di <oXygen/>, è stato possibile integrarlo nella pagina dei notai predisposta dalla responsabile del sito.


 

Come si cita questa pagina:

A. Miaschi, Signa tabellionatus <http://pelavicino.labcd.unipi.it/materiali/i-signa-tabellionis/>, in Codice Pelavicino. Edizione digitale, a cura di E. Salvatori, E. Riccardini, L. Balletto, R. Rosselli del Turco, C. Alzetta, C. Di Pietro, C. Mannari, R. Masotti, A. Miaschi, 2014, ISBN 978-88-902289-0-2; DOI 10.13131/978-88-902289-0-2 [consultato in AAAA/MM/GG]